L’essere affetto da una malattia “inguaribile” non coincide con il trovarsi in una condizione “incurabile”, perché è sempre possibile prendersi cura di una persona affetta da malattia, sia acuta, guaribile, sia cronica ed evolutiva, o da disabilità.
In queste condizioni emergono domande fondamentali sul “perché?”, “perché io?”, sul senso delle esperienze a volte drammatiche che si è costretti ad attraversare.
Diventano allora di fondamentale importanza le relazioni di cura:
esse possono sostenere la libertà del malato nella ricerca del significato e dell’essenziale, favorendo il cammino di una ricerca, che può diventare accettazione dell’istante presente e fioritura di una speranza pur dentro ad un limite.
Anche in campo psicologico vale la stessa dinamica: alcune persone portano dei segni di squilibrio personale che crea a volte grande difficoltà e dolore e non sempre gli strumenti che si possono utilizzare sono risolutivi.
Ma anche in questi casi esiste la possibilità di realizzare una vita dignitosa e ricca, soprattutto se le persone sono accompagnate da chi sa cogliere il loro valore e la loro preziosità anche nei momenti difficili e di crisi.
Noi tutti esseri umani siamo programmati per entrare in relazione con gli altri, e dobbiamo a considerare l’essere umano nel proprio contesto interpersonale, in quanto relazionato con gli altri.
La solitudine aumenta notevolmente l’angoscia di affrontare esperienze difficili, in primis la morte.
Uno strumento potente che abbiamo per provare a connetterci con le altre persone, è l’empatia.
L’empatia ci permette di sentire, a livello profondo, ciò che un altro sta provando e può creare uno spazio di interconnessione in cui lo scambio, il dono, la consolazione è reciproca.
E oltre all’empatia, la presenza, la nostra presenza.
La semplice presenza ha potere.
Il dono più grande che possiamo offrire a qualcuno che accompagniamo e che si trova in situazioni di difficoltà è la pura e semplice presenza, attenta e non manipolatrice.
Una presenza umana salda e sicura che desidera stare con qualsiasi cosa emerga
è un fattore potentissimo.
Una riflessione più dettagliata è reperibile ad ognuno dei seguenti link:
https://wp.me/p7FGLq-bA --- https://wp.me/p7GG54-3v
Rossana Centis
Rossana Centis
Sulla rivista “Il Punto” edita dall’Ordine dei Medici di Torino, è stato recentemente pubblicato una riflessione di Giorgio Macellari (25 settembre 2025) : “Tra legge e coscienza, il medico può davvero scegliere?” in cui viene messa in discussione la legittimità di avvalersi dell’obiezione di coscienza, specificatamente riferita al caso della legge 194 che regolamenta la pratica dell’IVG.
Più specificamente, viene posto l’accento sul concetto stesso di coscienza come scelta personale che, a detta dell’autore, non sarebbe sufficiente a contrastare un diritto acquisito sulla base di “evidenze scientifiche e razionali” non discutibili.
A tale articolo è seguito un dibattito con risposta da parte di due colleghe e successiva controrisposta da parte di Macellari.
A me è sembrato doveroso intervenire per sostenere le ragioni per cui non è possibile accettare una posizione culturale così platealmente demolitiva di valori fondanti l’umano, quindi ho scritto anche io una risposta a Macellari che è l’oggetto del presente post.
Segnalo una importante riflessione di Dario Giacomini, Presidente Associazione Contiamoci! Pubblicata sul sito dell’ Associazione, sulle implicazioni della sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2025. In gioco è il delicato rapporto tra la libertà e i diritti individuali sanciti dalla Costituzione, e le decisioni prese dallo Stato costituzionale per proteggere l’ordine organizzativo pubblico nel suo complesso. Se la funzionalità del sistema assume valore prioritario, allora ogni diritto può essere ricalibrato in nome della sua conservazione.
Esiste un contenuto minimo del rispetto della persona umana che non può essere sacrificato nemmeno per preservare il sistema? Oppure quel contenuto dipende dalle circostanze, dalla gravità della crisi, dalla pressione organizzativa del momento?
https://www.contiamoci.net/post/quando-l-emergenza-ridefinisce-il-limite
di Rossana Centis
L’essere umano e l’ Infosfera - Premessa
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In analogia al termine Biosfera, che sta ad indicare “la sfera della vita”, l’ambiente che porta le caratteristiche adatte allo sviluppo della vita, il termine “infosfera” sta a significare “la sfera dell’informazione”. La comunicazione è una caratteristica intrinseca all’essere umano: con la comunicazione si “passano” le informazioni, in primis quelle che ci fanno sopravvivere.
Secondo alcuni autori il DNA stesso sarebbe integrabile nell’infosfera, perché è il primo, indispensabile strumento di comunicazione, quello che ci permette di esistere. Dal momento della nascita l’essere umano non è più solo utente, o spettatore, ma è anche prodotto e produttore dell’informazione, indipendentemente dalla evoluzione tecnologica degli strumenti utilizzati.
Nel tempo le modalità con cui si è sviluppata la nostra capacità comunicativa sono grandemente cambiate, portando con sé importanti variazioni culturali, cognitive, filosofiche, spirituali, ecc perché l’informazione comunicata tra umani ha l’effetto di provocare cambiamenti sia in chi riceve che in chi invia le informazioni stesse.
L. Floridi, cita una lezione di Freud in cui questi fa riferimento a tre grandi rivoluzioni che hanno alterato il modo di pensare, di fare scienza, di fare filosofia e anche del “sentire comune”. Anche l’uomo “normale” ha dovuto fare i conti con un cambiamento di prospettiva, con il decentramento dall’antropocentrismo: 1) Copernico ha evidenziato che il centro del sistema solare è il sole e non la terra, e il sole stesso è piccolo e periferico. 2) Darwin ha sottolineato che non siamo al centro, l’apice delle specie viventi, ma siamo uno dei rami dell’evoluzione. 3) Freud stesso si è proposto come terza rivoluzione con la scoperta dell’inconscio, affermando che l’uomo non è nemmeno padrone di sé, essendo l’ Io in balia di parti di noi di cui non abbiamo la percezione e tanto meno il controllo.
4) Secondo Floridi ci troviamo ora nell’epoca della quarta rivoluzione, con lo sviluppo dei sistemi di IA.
La nascita della digitalizzazione del pensiero e di IA ha un impatto profondo sul nostro sviluppo cognitivo e sociale, perché con essa tendono a sfuggire alla nostra consapevolezza i processi di manipolazione della realtà con il rischio di perdere il controllo delle dinamiche conoscitive e le loro ricadute operative. Le nostre vite sono ormai in balia di algoritmi che elaborano notizie che direttamente ci riguardano e che per i motivi più disparati riversiamo indiscriminatamente nel web senza controllo. Gli algoritmi elaborano per noi risposte, soluzioni, propongono linee di comportamento, comunicano informazioni (non sempre veritiere, molto spesso parziali) capaci di guidare la nostra condotta e la nostra conoscenza anche a nostra insaputa, se non svilupperemo dei sistemi di controllo e se non daremo priorità alla nostra coscienza (il che significa esercitare la libertà di cui come esseri umani siamo dotati).
Un software così sofisticato come IA può cambiare la definizione della realtà, soprattutto se le informazioni che IA utilizza sono gestite da gruppi di potere in grado di controllare il mondo.
A partire dal 2022 IA si innesta dove si compiono i processi computazionali (TAB3) di portata mondiale, che non sappiamo più se accadono in una sede locale o sono centralizzati in un “cloud” di cui non conosciamo l’ubicazione e la proprietà, e che sta inglobando tutte le cose che abbiamo digitalizzato: chi detiene quel potere detiene tutto il potere, perché detiene la conoscenza di tutti i nostri dati e può manipolarli. Per comprendere il significato di quello che stiamo vivendo, quindi, dobbiamo comprendere che cosa significa vivere una realtà definita da software dei quali abbiamo una licenza d’uso ma non ne siamo i proprietari.
IA diventa un nuovo e dominante decisore che si basa sul paradigma tecnocratico (TAB2) in cui l’IA viene posizionata come la più alta forma di evidenza (IA onnisciente) e l’elaborazione algoritmica diventa il parametro di riferimento per le decisioni da prendere, senza considerare i “bias” ovvero “pregiudizi” intrinseci, in quanto tecnologie addestrate su dati selezionati a priori.
Ripropongo una riflessione di Paolo Benanti che nel suo testo «La condizione tecnoumana» sottolinea un grave risvolto dell’utilizzo del paradigma tecnocratico: «Se per i nostri predecessori il reale era il luogo delle possibilità e dei limiti, l’oggettivo esistente era dove le nostre idee trovavano conferma o smentita e i nostri desideri realizzazione o illusione, oggi la tecnica e il mondo degli artefatti ci dicono che il reale è da intendersi come tutto ciò che è tecnicamente possibile. Il possibile tecnologico sta diventando il nuovo normatore della realtà. Il desiderio, se è possibile, significa tecno-logicamente realizzabile, se la tecnologia, l’artificiale invade tramite le vie dell’informazione il naturale, e se le tecnologie informatiche che promettono e realizzano una fusione tra uomo e macchina, allora quello a cui assistiamo è una realtà che diviene tecno-realtà, e l’uomo che diviene tecno-umano». (p. 135)
La sfida da sostenere è sostanzialmente il superamento del paradigma tecnocratico, che oggi tende ad essere predominante nella percezione comune. Il “paradigma tecnocratico” porta con sé una visione dell’umano con la caratteristica specifica di incentrarsi sul principio dell’utilitarismo, riassumibile nella seguente formula: “si può e si deve fare tutto ciò che è conveniente fare”. Il punto di vista della convenienza diventa quello centrale, discriminante, a cui si deve fare dipendere anche il punto di vista del buono e del giusto, che sono messi in secondo piano rispetto all’attenzione su ciò che è conveniente, utile.
Il principio dell’utilitarismo è diventato il fondamento di un modello di uomo e di rapporto tra uomo e realtà, che ha come perno l’esperimento illimitato. Il “tutto ciò che conviene fare” è tutto ciò che si può fare, indipendentemente da possibili significati morali.
Ma questo modo di intendere la libertà ha un costo.
Qui si affaccia un’enorme sfida culturale perché una cultura che lasci decidere il senso e il valore della realtà dall’influsso esclusivo dell’economia e della tecnologia, è una cultura che non sa creare le condizioni di vita degne dell’uomo; l’IA può essere un fattore di crescita e sviluppo ma, allo stesso tempo, implica la nostra responsabilità sull’uso che ne facciamo. Le scoperte scientifiche, le invenzioni, lo sviluppo tecnico di per sé non hanno una valenza intrinseca positiva o negativa, tutto dipende dal fine che l’uomo si propone con il suo utilizzo.
Come possiamo far sì che i benefici di questa tecnologia siano massimi e i rischi minimi? E’ il compito che abbiamo sia come società, come istituzioni, sia come individui.
Per persone che tengano aperta la domanda sul senso, sul significato di sé, della vita, l’uso di questi strumenti è possibile in maniera responsabile, perché comunque, anche in caso di manipolazione delle informazioni, rimane acceso un personale criterio di giudizio etico e morale in grado di guidare le scelte personali.
articolo completo l link: rossanacentispsicoterapeuta.wordpress.com/2026/01/06/infosfera/
-DUE interventi sollecitati da una discussione sulle problematiche che emergono dalla situazione del “fine vita”: aspra è la contrapposizione tra due modalità di affrontare questa delicata fase della vita, quando la fine non è improvvisa, o rapida, o inattesa, ma diventa un percorso lento ed accidentato, gravato da molta sofferenza, in cui la ricerca del significato del vivere diventa stringente.
https://rossanacentiscardiologa.wordpress.com/2025/06/09/il-valore-di-vivere-parte-1a
https://rossanacentiscardiologa.wordpress.com/2025/08/07/il-principio-dell-autodeterminazione/