PIOVEVA A DIROTTO QUEL GIORNO
di Loredana Lapia*
**Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche, con formazione in Cure Complementari, lavora presso l’Ospedale Cotugno di Napoli
Pioveva a dirotto quel giorno, il cielo aveva perso i suoi colori quasi a sintonizzarsi con lei… i toni di grigio si alternavano con il nero mentre un pO' di bianco cercava di farsi strada ogni volta che una folata di vento improvvisa spingeva foglie, cose ed anche lei.
Lei, Marta, 40anni o forse più, testa bassa, cartellina fra le mani, camminava riparandosi con un ombrello che faticava a tenere aperto.
Non aveva altri pensieri che arrivare da quel medico che avrebbe sciolto un arcano, che le avrebbe dato una spiegazione, che le avrebbe dato una speranza.
Marta camminava senza osservare la strada. La sua attenzione era tutta nella speranza e nella soluzione che a breve le avrebbero dato.
Lei, madre di tre bambini, moglie, figlia, lavoratrice. Una persona solare, allegra, sempre disponibile e attenta camminava dentro un giorno completamente in contrasto con lei. Ecco arrivò in ospedale, mille pensieri correvano nella sua mente, il cuore le batteva veloce e nelle orecchie ne sentiva l’eco. Quante persone in questo ospedale, sguardi spenti, occhi tristi e umidi, figli che accompagnavano genitori, genitori che accompagnavano figli, mariti accompagnati da mogli e viceversa, ma lei, Marta, non aveva voluto che il marito l’accompagnasse, né tanto meno un genitore al quale non aveva neanche comunicato nulla.
Non era superbia ma a suo modo, voleva proteggere l’amore della sua vita più a lungo possibile. I due non erano solo marito e moglie, ma erano complici, amanti due persone ma una cosa sola! Un amore come pochi e quel giorno lei lo invitò a stare tranquillo e a recarsi regolarmente a lavoro.
“Prego”, una dottoressa chiamò Marta. La dottoressa era bassina, indossava un camice ingrigito, di almeno due taglie più grandi della sua misura, i suoi capelli erano scuri, grassi e unti, raccolti in una piccola coda di cavallo, cellulare in tasca, appena riposto.
Lei entrò in una stanza, piccola, con due ampie finestre sulla destra, una scrivania in fondo, posizionata a sinistra dove un medico parlava con due persone che aveva difronte. Un’altra scrivania a destra più centrale, forse era quella dov’è avrebbe dovuto far accomodare Marta ma che decise invece, di non farlo e iniziò a parlarle. La scena si svolse poco dentro la stanza, subito dopo l’uscio proprio a ridosso di una delle due finestre.
“Signora lei potrebbe avere già metastasi cerebrali, potrebbe non avere una vita lunga….”
Queste furono le uniche parole che Marta ricorda di aver ascoltato…perché improvvisamente iniziò a guardare piuttosto che ascoltare la persona che aveva difronte. È più la guardava più provava pena per lei pensando: “possibile che non si rende conto di cosa mi sta dicendo? Possibile che non si è preoccupata neanche di farmi sedere, non si è resa conto che sono sola, che mi sta dicendo che devo morire?” Improvvisamente uno squillo di telefono interruppe quel vomitare addosso di parole pesanti, nere, più del cielo che vedeva dalla finestra. La dottoressa rispose senza un attimo dí tentennamento, senza pensare che in quel preciso momento aveva condotto attraverso l’uso veloce delle parole, una giovane donna infondo ad una grotta buia. Terminò la chiamata, posò il telefono e: “dove eravamo signora?”…. la giovane Marta non ricorda quali altre parole disse la dottoressa. Ricorda solo che si recò velocemente verso l’uscita mentre componeva il numero di telefono del compagno di una vita: “per favore, puoi venire?” Gli disse.
Uscì fuori dall’ospedale che le aveva tolto l’aria, sentì il bisogno di lavare via sotto la pioggia battente, tutte le parole vomitate addosso senza attenzione e lanciate come fiamme che bruciavano nell’anima. In quel preciso momento, il cielo, buio e tempestoso, tuonò. Sembrava quasi essere arrabbiato per l’accaduto!
Arrivò il suo lui e un lungo abbraccio bagnato dalla pioggia incessante e dalle lacrime, concluse l’esperienza della comunicazione della malattia. Passarono alcuni giorni, lunghi e quasi interminabili e arrivò quello dell'esame diagnostico che avrebbe confermato o meno la presenza di metastasi. Il giorno del ritiro del referto confermò la presenza del tumore ma delle metastasi cerebrali anticipate dalla dottoressa, nessuna traccia. Per Marta fu un raggio di sole nella tempesta che avrebbe dovuto attraversare!